La campagna di Russia


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L’assedio di Leningrado

   A Nord del paese la città di Leningrado, antica capitale dell’impero zarista, era un succulento obiettivo per Hitler: nevralgica base navale, fiorenti industrie a poche miglia dalle linee tedesche e finniche. La città sin dall’inizio dell’avanzata era stata bersaglio di una serie di spietati bombardamenti, che portarono all’assedio del centro abitato e al suo completo isolamento dal resto della nazione. I tedeschi inviarono un ultimatum di resa, ma non ebbero risposta, avviando così un assedio di quasi 17 mesi, esempio senza precedenti. Anche qui arrivò l’inverno, ma non fu certo un alleato dei sovietici: i 30° sotto zero risultavano un nemico micidiale per la popolazione, che combatteva contro il freddo, la carestia e contro le malattie. All’ordine del giorno era la mancanza di cibo, di acqua, di materie prime e delle armi per difendersi. Il razionamento dei generi alimentari era drastico: 300 grammi di pane per un operaio, per il resto della popolazione la razione era ridotta ancora della metà. Cresceva il numero di morti, per questo si facevano fosse comuni per isolare i cadaveri, portatori di malattie e infezioni, ma all’ordine del giorno erano anche i casi di cannibalismo o di alimentazione con tutto ciò che si poteva reperire, come la colla dalle pareti. Intanto i bombardamenti continuavano senza sosta, la distruzione era quasi completa, le incessanti azioni punitive per distruggere l’animo e il morale risultavano quotidiane. A tutto ciò si contrapponeva il forte impegno della popolazione, sempre al lavoro o nelle trincee difensive che circondavano il centro abitato.
    Ad Est della città c’era il lago Ladoga, in questo periodo ghiacciato, e alla sua estremità orientale restava ancora una parte di costa in mano russa. Per riallacciare i contatti, sulla distesa solida vennero costruite strade e una ferrovie per collegare la città con la capitale. I tedeschi, accortisi della situazione e della via di comunicazione ancora in mano del nemico, iniziarono un martellante bombardamento anche su questa ultima via di soccorso, ma le comunicazioni resistettero. A Leningrado arrivavano ogni giorno cibo e rifornimenti, da essa partivano i malati e gli anziani. Il lago salvò la città anche in primavera, quando iniziò a scongelarsi, permettendo di farla ritornare alla vita e continuare la lotta in maniera attiva con impegnativi scontri ai danni degli assedianti che dopo l’inverno erano in forte difficoltà. Intanto da occidente anche gli alleati britannici e statunitensi rifornivano con continuità Leningrado attraverso le loro flotte, forzando il blocco tedesco.

 

Gli scontri nel Caucaso

   Altro vitale obiettivo di Hitler era la conquista dei campi petroliferi del Mar Caspio. Per rag­giungerli però non solo era necessario superare il montuoso Caucaso, ma anche catturare la città di Stalingrado, dividere il Sud della nazione da Mosca e isolare e paralizzare l’intera Russia. Sul fronte meridionale facevano manforte ai tedeschi, truppe italiane (dello Csir, divenuta poi Armir e comandata dal generale Giovanni Messe), rumene, ungheresi e di tutte le nazioni che ideologicamente con spirito di crociata volevano sconfiggere la Russia atea e bolscevica. Dopo un anno di aspri combattimenti in Ucraina, nel maggio del 1942, dopo aver superato anche la Crimea, la città di Rostov e il fiume Don si arrivò ai sobborghi della città, ma le zone raggiunte erano tutte distrutte. Conquistare Stalingrado significava bloccare i rifornimenti alleati dalla Persia e spezzare così in due la forza sovietica, ma la situazione appariva più difficile del previsto. A Sud i monti restavano invalicabili e Stalingrado resisteva agli incessanti bombardamenti e ai feroci attacchi che raggiunsero il centro abitato. La città si tramutò in un labirinto di assalti e di azioni di sorpresa dei russi. I tedeschi non riuscirono più a tenere in pugno la situazione e rapidamente si scompaginarono, mentre l’inverno sopraggiungeva, più pericoloso che mai.
   Intanto in Africa la situazione andava al peggio per l’Asse e i russi usufruirono dell’importanza della cooperazione tra più fronti nelle operazioni multiple contro i nemici. L’attacco sovietico iniziò in dicembre e accerchiò i tedeschi in una sacca ricongiungendosi con i loro compagni liberatori. In tal maniera i tedeschi in armi erano completamente scacciati dalle zone del Caucaso: il generale Friedrich Von Paulus, comandante supremo delle forze tedesche nella regione, venne catturato il 31 gennaio. Questi, che aveva minacciato di far uccidere la famiglia a chiunque si fosse arreso, ora vedeva nel suo futuro la stessa sorte per mano di Hitler, che lo aveva da pochi giorni nominato feldmaresciallo. Per tale motivo, il dittatore nei suoi consueti comunicati maledì quelli che lo avevano tradito e si impose di non nominare più nessun generale al massimo grado delle gerarchie militari.
   La battaglia di Stalingrado rappresentò un evento epocale, forse il più significativo di tutta la guerra. Sul fronte maggiormente impegnativo, dove la potenza tedesca indirizzò il massimo delle sue risorse, degli uomini e dei materiali, venne respinta una volta per tutte la continua avanzata del Reich. Si calcola che la sola Armata rossa sul fronte dell’Est causò ai tedeschi circa l’80% delle perdite complessive di tutta la Seconda guerra mondiale. Dopo Stalingrado le truppe dell’Asse non solo cessarono di avanzare in territorio straniero, ma da quel momento per le armate di Hitler iniziò una lunga e progressiva ritirata su ogni fronte, per essere poi ricacciati ben oltre i propri confini nazionali.
 

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