La campagna d'Italia


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Le due Italie
 

   Hitler, dopo la caduta in disgrazia di Mussolini, ebbe come proposito quello di preparare un piano di liberazione, ma il governo italiano spostò il Duce numerose volte, proprio per evitare un suo ritorno alla scena politica. Solo dopo l’armistizio un piano poté essere attuato con possibilità di successo: il 12 settembre iniziò l’operazione, con l’impiego di aerei e un reparto di paracadutisti tedeschi, che atterrarono a Campo Imperatore sul Gran Sasso, dove senza colpo ferire Mussolini venne liberato. I carabinieri che lo tenevano prigioniero non opposero alcuna resistenza ai liberatori, anche perché essi non avevano ricevuto alcun ordine preciso per circostanze simili. Il dittatore italiano venne quindi accolto da Hitler in Germania, per la programmazione della vendetta. Mussolini si riorganizzò, tornò in Italia e proclamò la Repubblica Sociale Italiana con sede principale Salò. Il 9 settembre, in base alle clausole della resa, iniziò un operazione in forze per lo sbarco alleato su Salerno. Le difese risultano inesistenti, divisioni aerotrasportate alleate si impadronirono anche di Taranto e di altre rilevanti posizioni strategiche del Sud. Intanto a Roma i partiti antifascisti, che si erano messi a capo della situazione dopo la fuga del governo, iniziarono a organizzare contro i tedeschi una struttura paramilitare adeguata alla difesa del territorio. Ecco quindi la formazione del C.L.N. (Comitato di liberazione nazionale) che espresse la sua azione attraverso numerose formazioni partigiane soprattutto al Nord.
   Mentre a Roma la situazione stava precipitando e le ultime difese militari a Porta San Paolo ven­ivano annientate, a Napoli iniziarono le cruente 4 giornate (27-30 settembre), dove alla collera della popolazione venne dato ampio sfogo, per liberare la città dall’occupazione tedesca. Alla lotta si unirono anche donne e bambini (i famosi scugnizzi), che poco armati, ma con un vivo desiderio di libertà opposero una notevole opposizione, schierandosi contro i tedeschi.

 

La lenta avanzato degli Alleati

   All’arrivo delle truppe statunitensi della 5a armata, comandate dal generale Mark Clark, la città partenopea era già stata liberata. Le truppe anglo-americane, quindi si polarizzarono tutte verso Nord, per concentrare le forze nella liberazione di Roma, ma la situazione appariva più difficile delle aspettative. I tedeschi, ormai molto organizzati, opposero difese considerevoli sulla Linea Gustav, al confine tra Campania e Lazio, con un massiccio uso delle fortificazioni sul promontorio di Cassino. Le truppe alleate non riuscivano a sfondare la linea, a fronte dei ripetuti attacchi che non sbloccarono il trinceramento in Ciociaria. I fitti bombardamenti della zona arrecarono una spaventosa tragedia umana e un danno immenso di tipo storico-artistico con la distruzione dell’abbazia di Montecassino. Per questo iniziò la progettazione di un’azione di aggiramento per mare. Il 21 gennaio iniziò l’operazione di sbarco ad Anzio, dove le truppe britannico-statunitensi non trovarono ostacolo, perché tutte le riserve tedesche erano state dislocate a Cassino. Un attacco veloce e l’avanzata verso Roma sarebbero stati fulminei e vittoriosi, ma il generale John Lucas, comandante delle truppe sbarcate, si rivelò titubante e fece rimanere sulle spiagge gli uomini in attesa dei rifornimenti e dei rincalzi. Questa mossa troppo prudente fece sfumare anche un’eventuale azione dei partigiani romani, che avrebbe garantito un’ottima opera propagandistica e una tappa decisiva per l’intera campagna d’Italia. Questa mossa portò alla perdita di tempo prezioso e del vantaggio iniziale. Si diede il tempo ai tedeschi, ora arrivati sulle spiagge, di organizzarsi e di porsi in punti strategici e quasi imprendibili. Il cannone tedesco Anzio-Express martellava con insistenza le truppe alleate. La vera responsabilità tuttavia non era di Lucas, ma di Alexander e di Clark, troppo timorosi e troppo legati ai rispettivi comandi superiori e alle loro direttive politico-militari. Intanto a Roma la Resistenza continuava le sue azioni di diversione, anche grazie all’aiuto dell’O.S.S., lo spionaggio alleato.

 

C.L.N. e gli Alleati

   Il giorno 4 giugno, mentre nei cieli della Normandia già si respirava aria inquieta, gli statunitensi erano già per le strade di Roma. Clark entrava da vincitore nella capitale, osannato dalle folle. La città era rimasta intatta per le azioni dell’O.S.S. in collaborazione con i gappisti, formazioni partigiane locali dedite ad azioni di sabotaggio e d’intelligence contro i nazi-fascisti. Proprio per questo motivo era stato inviato a Roma il capitano Peter Tompkins, che doveva coordinare l’avanzata alleata con le azioni partigiane in città. Questi riuscì nel suo compito perché i suoi collaboratori romani, che vennero catturati e torturati a via Tasso non rivelarono mai la sua identità e la sua base operativa. Intanto anche la politica cominciava a Roma nel suo lavoro.
   Se nelle strade si esultava alla liberazione, in città si riunirono i principali esponenti dei partiti antifascisti: De Gasperi, Bonomi, Saragat, Nenni, Togliatti e Croce. Essi diedero vita al nuovo governo italiano antifascista, in collaborazione con quello del Sud e con le alte sfere anglo-americane. Le operazioni belliche continuavano su tutta la striscia italiana, tra l’Adriatico ed il Tirreno. Firenze venne liberata venne liberata in agosto. Clark e Alexander guidarono l’avanzata verso il Nord, grazie ai soliti buoni contatti di spionaggio e di collaborazione dietro le linee con la Resistenza italiana. Come reazione Kesselring scelse la ritirata, perché una difesa adeguata poteva essere realizzata solo sull’Appennino tosco-emiliano, sulla Linea Gotica. Con l’aiuto delle informazioni dei partigiani, armati e equipaggiati dall’O.S.S., Clark riuscì a scoprire il punto più debole del fronte, ma come al solito egli ebbe paura e in ottobre preferì fermarsi e non raggiungere Bologna. Seguì la rappresaglia dei tedeschi e dei repubblichini: vi furono numerosissimi casi dappertutto di feroci e sommarie esecuzioni di partigiani e civili come per esempio il drammatico episodio di Marzabotto (1.836 civili vennero trucidati dalle SS). Secondo un suo strano piano, Alexander ordinò ai partigiani di concludere le loro azioni nei boschi e tornare a casa, ma ciò sarebbe significato essere scoperti e fucilati, per questo il generale Raffaele Cadorna e gli altri capi delle formazioni del C.L.N. continuarono nelle loro imprese dietro le linee. Esse impedirono, seguendo un altro piano, alcuni bombardamenti programmati sul Ravenna, per evitare lo scempio della città d’arte. L’azione ebbe successo, la città fu salva, ma per ordine del Duce le ceneri di Dante vennero prese dai repubblichini e portate a Milano. Mussolini, sempre altalenante tra Milano e Salò, preparava ancora le sue milizie scelte: i Battaglioni M, le Brigate Nere, le SS Italiane e la X Flottiglia Mas di Valerio Borghese che al fianco delle truppe di Kesselring si impegnavano attivamente nei rastrellamenti e nelle azioni punitive. Nell’altro schieramento i 6 Gruppi di Combattimento (Folgore, Friuli, Piceno, Legnano, Cremona e Mantova) del ricostituito Regio Esercito Italiano uniti ai paracadutisti polacchi continuarono negli attacchi sulla valle Padana. Intanto anche nel Nord-ovest la liberazione delle città procedeva con numerosi successi. Oltre alla formazione delle cosiddette “Repubbliche partigiane” (Bobbio, Ossola, Langhe, ecc.), iniziarono le sommosse popolari a Genova e a Torino. In quest’ultima, la brigata Garibaldi si impossessò persino di un carro nemico, impiegandolo per cacciare i tedeschi.

 

L’epilogo di Salò

   A Milano tra il 24 ed il 25 aprile il C.L.N. iniziò le trattative di resa con Mussolini, attraverso il contatto del cardinale Schuster all’arcivescovado. Pertini, Cadorna e gli altri membri del C.L.N. Alta Italia erano molto risoluti e si dimostrarono intransigenti di fronte alle condizioni poste dai fascisti. Il Duce informò delle trattative solo il maresciallo Graziani e il prefetto Bassi, escludendo non solo i tedeschi, ma gli altri suoi più stretti collaboratori. Pertini aveva paura che i tentennamenti di Mussolini fossero in realtà finalizzati a prendere tempo alla ricerca di nuovi contatti e quindi scappare. Il dittatore il 25 aprile intanto accusò con vigore i tedeschi di tradimento, perché questi a sua insaputa avevano anche loro iniziato negoziati in Svizzera con gli Alleati. Mentre Mussolini discuteva con il comando tedesco, sui tradimenti e sulle responsabilità, le spie alleate si unirono al C.L.N. di Milano, per organizzare la resa senza condizioni e la cattura di Mussolini. Il Duce, nella confusione delle trattative, insieme a un manipolo di uomini, trovò la fuga da Milano e si diresse verso la Valtellina. Il suo proposito era raggiungere la Svizzera e allacciare una via preferenziale con il governo britannico. Al contrario i generali Graziani e Wolf si arresero agli statunitensi. Il C.L.N., temendo un salvacondotto americano a favore del dittatore (magari in funzione antisovietica), nell’intento di catturare e giustiziare Mussolini, inviò a Dongo sul Lago di Como il 28 aprile un manipolo di uomini, di cui ancora oggi si ignorano le reali identità. Questi arrestarono il Duce e Claretta Petacci e li giustiziarono «in nome del popolo italiano». Il giorno seguente, mentre gli Alleati si avvicinavano a Milano, a Piazzale Loreto vennero esposti i corpi senza vita di Mussolini e degli altri gerarchi, con lo stesso rituale con il quale era stato fatto scempio anni prima degli oppositori politici antifascisti. Il popolo milanese inveì con crudeltà le salme di quei uomini che per venti anni aveva osannato.
 

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