L'attacco alla Polonia


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Il Patto di «non aggressione»

   Raggiunti i successi preliminari, Hitler continuava imperterrito nella sua politica espansionistica. Conquistata la Cecoslovacchia, la prossima vittima era per logica la Polonia. Essa era fondamentale per il dittatore tedesco in quanto nel 1919 aveva beneficiato di secolari regioni dell’Impero germanico, nelle quali c’era anche Danzica, città libera, il cui «corridoio» Berlino pretendeva di annettere, così da riportare la continuità territoriale tra madrepatria e Prussia orientale. Le regioni polacche erano anche necessarie per un futuro e non ben definito attacco alla Russia, che per il momento si trovava in un periodo di stallo politico. Stalin nella sua politica totalitaria aveva ridotto e infiacchito la potenza dell’esercito e aveva, tra l’altro, silurato e giustiziato anche il maresciallo Michail Tuchačevskij, il più abile coman­dante militare che l’Unione Sovietica aveva.
   La situazione delle due grandi potenze era quindi non determinata e in parte precaria. Per questo la soluzione fu un’intesa, firmata il 23 agosto 1939 tra i due ministri degli Affari Esteri, Joachim Von Ribbentrop e Wjatscheslaw Molotow. Tale accordo sanciva l’impegno dei due paesi di non entrare in conflitto tra di loro, mentre nel protocollo segreto allegato si fissava la spartizione della Polonia tra le due nazioni e l’occupazione sovietica degli stati baltici.

Polonia: armadio di Hitler

   Al patto appena concluso oltre Manica si respirava aria d’insofferenza. Chamberlain, ormai cosciente del vero obiettivo tedesco, regolarizzò ufficialmente l’alleanza con Varsavia e minacciò una guerra a scala europea se la Germania avesse attaccato la Polonia. Hitler rimase impassibile, affermando di volere come al solito liberare i suoi compatrioti, sottomessi da un inaudito dominio polacco e di unificare il Reich con la Prussia orientale attraverso il «corridoio» sottratto dalla Polonia alla fine della Grande Guerra. Le trattative diplomatiche fallirono; Francia e Gran Bretagna si prepararono quindi al conflitto, avvertendo che la Germania si sarebbe trovata a combattere su due fronti, fattore sempre temuto dai tedeschi.
   Nel frattempo Mussolini, consapevole dei non rosei rapporti del suo capo di Stato Maggiore Pietro Badoglio sulla situazione delle forze armate, informò con suo grande dispiacere di non poter entrare in guerra subito accanto all’alleato germanico. Malgrado questa temporanea defezione, la macchina di Hitler era ormai avviata e a seguito di alcuni rinvii causati dalla diplomazia, dopo aver prima aspettato che Varsavia predisponesse la mobilitazione generale, ordinò l’attacco per il 1° settembre. Alle ore 10:00 il cancelliere proclamò dal Reichstag che le truppe naziste avevano varcato i confini orientali e che procedevano spediti verso Est. Sfortunatamente per l’Europa intera queste affermazioni non erano le solite menzogne; la realtà era a favore dei tedeschi, che possedevano circa 5.000 carri armati efficienti e 6.000 aerei di ultima generazione, gli Stukas, contro i 600 carri leggeri, 1.000 aerei lenti e antiquati e un’esile cavalleria polacca.
   La guerra lampo tedesca era iniziata e la sua attuazione fu micidiale: superata la Vistola, con mezzi navali veloci, le truppe raggiunsero la capitale, che oltre a una suicida difesa poteva solo farsi forza con la Polonaise di Chopin contro i soldati «wagneriani». La resa della città venne proclamata il 28 settembre, quella della nazione il 1° ottobre; dopo la Wehrmacht, sopraggiunsero le SS, che non esitarono a saccheggiare e a giustiziare o deportare civili e militari.