L'attacco ad Ovest


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   Con le azioni norvegesi Hitler si era garantito «l’artiglio settentrionale» per la conquista delle isole britanniche, ma adesso era necessario anche consolidare quello meridionale, formato dalla Francia. Essa, però, era ben difesa dalla fortificata linea Maginot. Un attacco in prossimità del Reno avrebbe riesumato le battaglie di posizione della Grande Guerra, quindi i generali tedeschi più capaci e con truppe superiori a quelle francesi si orientano a ripetere nelle sue linee generali l’attacco del 1914, con il quale però si sarebbe violata ancora una volta la neutralità del Belgio e in questa occasione anche dell’Olanda. Dal canto loro i francesi erano stranamente ottimisti. Ignorando le innovative tattiche di rapidità e celerità delle truppe corazzate, avevano fiducia nella Maginot (ormai divenuta però antiquata nella logica della Blitzkrieg tedesca) e non si preoccuparono eccessivamente di un eventuale ormai classico attacco da Nord attraverso le Fiandre. I piani tedeschi si basavano invece su attacchi veloci e micidiali. Il 10 maggio fitti stormi di aerei calarono paracadutisti e alianti nei cieli nell’Olanda e del Belgio. Le truppe aviotrasportate risultarono fondamentali per preparare il terreno alle colonne di terra; i ponti vennero salvati dalla distruzione, i presidi più arroccati vennero annientati e si provò anche un tentativo per rapire la famiglia reale. L’Aja cadde facilmente, Rotterdam resisteva, ma forti bombardamenti provocarono la resa della città e dell’intera nazione il 16 maggio.
   Nel frattempo in Belgio iniziò la mobilitazione generale e il comando supremo francese ordinò una possente avanzata al Nord. Tuttavia le truppe dello scaltro Gerd von Rundstedt avanzarono a Sud attraverso il Lussemburgo sulle Ardenne. Tale zona collinosa e boscosa era ritenuta dai francesi inadeguata per un attacco, per questo non venne vigilata. Ecco quindi che l’attacco imprevisto mosse ancora più veloce, anche perché le poche vie di collegamento impedivano un contrattacco francese. I tedeschi raggiunsero la Mosa e l’aviazione francese non riuscì a impedire la costruzione e l’utilizzo di ponti. La tattica tedesca della guerra lampo era micidiale anche in Francia; l’attacco a punta di lancia garantiva avanzate e rifornimenti veloci. Solo in poche occasioni le sparute truppe motorizzate del generale Charles De Gaulle, ancora quasi del tutto anonimo, riuscirono a frenare gli invasori, ma l’esiguità dei mezzi si faceva sentire. Il mare appariva vicino ai tedeschi; in pochi giorni sia i francesi sia il corpo di spedizione britannico venero accerchiati e messi con le spalle al mare presso Dunkerque.
   Tuttavia dalla catastrofe nacque quello che i britannici ribattezzeranno «il miracolo»: Hitler poteva eliminare il manipolo rimasto con un attacco decisivo, ma concesse a Göring e alla sua Luftwaffe il privilegio di spazzare via i nemici. La sorte sarà diversa: il cattivo tempo e gli Spitfìres britannici permisero l’imbarco dei superstiti. Benché il panico regnasse tra le truppe ormai sbandate e in cerca di rientrare in patria, le operazioni avvennero in modo ordinato, grazie anche alla capacità logistica del generale Bernard Montgomery, anche lui allora poco conosciuto. La traversata della Manica venne portata avanti da ogni tipo di imbarcazione: navi militari, mercantili, barche da pesca, da diporto e da qualsiasi altra «tinozza» che reg­gesse il mare. In Inghilterra arrivarono oltre 300.000 uomini di cui 200.000 britannici, 130.000 francesi e poche migliaia di belgi. Riorganizzato l’esercito, il nuovo premier Winston Churchill non si diede per vinto, anzi risollevò la nazione, che si preparava a continuare la guerra, difendendo a questo punto la diretta esistenza e la libertà in casa propria.
 

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