La capitolazione della Francia


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   Intanto in Francia continuavano le ostilità a favore dei tedeschi, che catturarono anche il generale Henri Giraud. Le truppe francesi erano insufficienti rispetto all’ampiezza del fronte; Parigi si preparava all’ultima eroica difesa. Il 14 giugno le truppe degli invasori entrarono nella capitale, oltraggiata e sbeffeggiata. Le milizie tedesche sfilarono vittoriose per i Campi Elisi; i parigini non potevano che piangere e sperare nel futuro.
   Ormai in ginocchio la Francia venne attaccata anche a Sud: 21 giugno l’Italia non poteva perdere l’occasione di sedersi come vincitrice al tavolo della pace. Mussolini ordinò l’attacco da Ventimiglia e in Savoia. In tre giorni di combattimenti l’esercito italiano perse 300 uomini, morti più per il freddo dei ghiacciai che per i colpi dei francesi. I risultati erano ormai prevedibili, si avanzava dove non c’era nessuno, ci si fermava anche davanti a un manipolo di soldati. Mussolini si consolò con il raggiungimento e la conquista di Mentone (appena pochi chilometri oltre il confine), alla quale diede un’importanza straordinaria soprattutto nella propaganda e nei cinegiornali. L’Italia non faceva comunque che il solletico alla Francia ormai in procinto di capitolare; l’armistizio venne concesso il 25 giugno. Questo fu firmato nello stesso vagone dove era stato firmata la resa dei tedeschi nel 1918, ma lo smacco non finì qui: dopo la cerimonia resa ancora più umiliante per i plenipotenziari francesi, il vagone, il museo e la statua di Foch vennero barbaramente distrutti dai nazisti.
   Con la resa francese Hitler si annetteva i 3/4 della nazione, lasciando il resto al governo di Vichy, un ennesimo fantoccio alla corte di Berlino, presieduto dal vecchio generale Philippe Petain, già veterano della Grande Guerra, ma per questo ultimo episodio giudicato a posteriori come traditore dalla Francia.
   La Germania, oltre al controllo del suolo francese, si appropriò anche della popolazione, considerata inferiore, quindi schiava della super-razza; molti francesi, per evitare il peggio, furono obbligati a emigrare per lavorare nelle fabbriche tedesche. L’onore della Francia però non era del tutto morto. Le bandiere e le tradizioni dell’esercito seguirono il generale De Gaulle, animato da un elevato sentimento patriottico e di riscatto per l’onta subita dalla resa. Egli non ammise il tradimento e si impegnò a combattere nei territori francesi d’Oltremare e ad appoggiare le formazioni partigiane da Londra. La «Francia Libera» venne costituendosi dalle truppe scampate a Dunkerque, dalle milizie del centro Africa e da alcune navi da guerra; il resto delle forze armate rimase fedele a Petain, impegnato soprattutto nell’occupazione delle regioni francesi del Nord Africa e della Siria.