La Prima guerra mondiale (1914 - 1918)


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L’incertezza del fronte

   I britannici, che parteciparono in collaborazione con i francesi su quasi tutti i fronti, per il momento spostavano il grosso delle truppe a Nord, presso Cambrai, dove avevano intenzione di mostrare la loro nuova arma micidiale il «tank» (letteralmente serbatoio, nome in codice per renderne ancora più segreto l’uso). Il compito dei carri armati era quello di allontanare dalla Manica le truppe tedesche, che anche grazie all’impiego dei sommergibili riuscivano ad affondare gran parte del naviglio dell’Intesa, impedendo le comunicazioni sia militari che commerciali tra i paesi in lotta. Il primo attacco cingolato, avvenuto il 20 novembre, era composto da 380 unità; i tedeschi furono colti dalla sorpresa e dal terrore, ma l’inesperienza e la poca fiducia inglese per i nuovi mezzi diede tutto il tempo al nemico di ricomporsi e di contrattaccare. Alla fine anche questa battaglia finì con un nulla di fatto, segnando però l’ingresso nella storia di un’arma non poco secondaria negli anni successivi.

 

L’alba della fine

   All’inizio del 1918 l’Intesa si trovava sulla difensiva, proprio perché negli ultimi tempi non aveva navigato affatto in acque molto calme; gli Stati Uniti iniziavano a concentrare nel conflitto le sue forze migliori e quindi gli Imperi centrali vedevano come ultima speranza di vittoria o almeno di una pace ben negoziata, l’attacco decisivo in profondità per garantirsi un buon presupposto territoriale in vista degli eventi futuri. In Italia la situazione era in netto sviluppo, la crisi successiva a Caporetto si era conclusa e l’esercito appariva di nuovo organizzato e armato; in Francia l’esercito del Reich stava preparando l’ultima spallata e il 21 marzo iniziò, anche con l’ausilio dei gas, un’offensiva in grande stile: la seconda battaglia della Somme. La rotta britannica fu spaventosa, la ritirata si allungava per 60 chilometri e in 90.000 caddero prigionieri degli avversari, che però non riuscirono a raggiungere la città di Amiens, fissata come obiettivo finale. Anche a Nord i tedeschi avanzarono e sembrava che la stessa Parigi fosse nuovamente minacciata, rimanendo però il bersaglio preferito delle batterie tedesche e del possente cannone Bertha, in posizione a 112 chilometri dalla città. Per gli Imperi Centrali solo vittorie, ma questa invincibilità si frantumò il 15 giugno sul Grappa e lungo il Piave, dove in un primo tempo le truppe del generale Conrad fecero partire una potente scarica d’artiglieria. Gli austriaci tentarono di valicare il fiume con barconi, ma vennero respinti dappertutto. Tale impegno nella prima parte sfiancò gli austriaci e la risposta di Diaz non si fece attendere, portando al successo non solo l’esercito italiano, con ripercussioni favorevoli sulla popolazione, ma anche una nuova energia all’Intesa con la sua prima vittoria del 1918. In quel periodo anche l’aviazione partecipava con profitto alle operazioni; se nel trevigiano cadde l’asso italiano Francesco Baracca, sul fronte francese trovava l’eroica morte il pilota simbolo della Grande Guerra, il «Barone rosso» Manfred von Richthofen. I successi italiani portarono a riesaminare i piani del comando supremo di Berlino, che ora spostava ingenti truppe sul fronte della Marna. Tali operazioni logistiche non cambiarono la situazione, nettamente favorevoli alle truppe francesi, britanniche e statunitensi. Ludendorff tentò in tutti i modi di organizzare attacchi, inutili e autolaceranti. Nei Balcani si ripetevano i risultati degli altri fronti: la Bulgaria firmava la pace dopo una carrellata di sconfitte, inflitte anche dal corpo di spedizione mandato dall’Italia, che aveva la meglio anche in Albania, da dove riuscì a scacciare completamente gli austriaci.

 

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